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  • Writer's pictureGiulia M.

wit#2 | COVID-19, una "strana" esperienza



Grande spoiler nel titolo oggi, del resto è inutile girarci troppo intorno.


Perché vi voglio raccontare cosa mi è successo? 1) Perché le testimonianze contro i negazionisti non sono mai abbastanza; 2) per spiegare, anche a chi non si trova a Milano (o in Lombardia in generale) in questo momento quanto la situazione qui sia critica; 3) per farvi capire che per ammalarsi di Covid non è necessario andare a ballare nelle discoteche più trash d'Italia, basta abbassare la guardia anche solo per un momento.


State attenti!


Prima, però, facciamo un passo indietro.

Vivo a Milano da ormai più di tre anni, per chi non lo sapesse. Sono tornata in città a metà settembre, dopo una lunghissima estate in smart working in Abruzzo - la mia casa. Inizialmente la situazione sembrava sotto controllo. Ed, effettivamente, lo era. Fino a circa la prima settimana di ottobre. Dopodiché, qualcosa è sfuggito di mano qui a Milano. Qualcosa è andato storto e il numero di casi è letteralmente esploso.

Sarà stato un concorso di colpa tra riapertura scuole e università, capienza aumentata sui mezzi di trasporto pubblici, aziende che hanno iniziato a riempire nuovamente gli uffici e calo di attenzione generale.


Ebbene sì, perché si è sempre attenti, tranne quando non lo si è. Ed è proprio quello il momento in cui un virus simile si intrufola tra le persone. A me è successo più o meno questo e, in modo direi piuttosto rapido e altrettanto caotico, mi sono ritrovata in una situazione in cui la maggior parte delle persone viste nei giorni precedenti (compresa me) ha iniziato a manifestare "strani" sintomi. Tutti riconducibili al Covid.


Non sto qui a raccontarvi come e quando tutto ciò sia potuto succedere. Anche perché - con molta sincerità - non saprei dirlo con precisione. Nè tantomeno sto qui a puntare il dito (contro chi e che cosa, poi?). L'unica colpa che sento di dare a me stessa è di aver abbassato la guardia - anche solo per un attimo - e aver contribuito alla propagazione del virus.


Avevo iniziato a manifestare i primi sintomi (febbre alta per un paio di giorni) poco prima di metà ottobre e poi, dopo qualche giorno, avevo iniziato a non sentire più sapori né odori. Zero. Il caffè mi sembrava acqua, i sapori forti erano diventati quasi inesistenti. Sintomo davvero molto comune a quanto pare.

Io e il mio coinquilino ci siamo immediatamente chiusi in casa, preoccupati.

Subito dopo, alcuni miei amici con cui ero uscita nei giorni precedenti: stessa cosa. Sintomi anche loro. Positivi. E così si sono susseguiti dei giorni in cui le positività tra le persone che conoscevo spuntavano fuori un po' come funghi. Nel giro di una settimana, avevamo praticamente preso il virus in tantissimi.

La situazione ormai era chiara: si era creata una catena - o più di una catena a questo punto - di contagi apparentemente inarrestabile.


Ora, non so ricostruire da chi o da quale situazione sia partito il contagio. Mi viene da dire - a questo punto - poco importa. L'importante era che tutti noi stessimo bene e che tutti, chi più chi meno, avessimo manifestato i sintomi in modo molto molto leggero.


Io e il mio coinquilino - al quale è anche ora di dare un nome, dunque da qui in poi lo chiameremo Gi Emme - ci eravamo messi l'anima in pace. Nel frattempo ci eravamo resi conto che la situazione qui a Milano stava degenerando. Il contact tracing era saltato (tra l'altro proprio in quei giorni Il Post aveva pubblicato questo articolo a riguardo, che vi consiglio di leggere). I laboratori privati per effettuare il tampone erano tutti pieni da lì alle due settimane successive.

Il caso ha voluto che noi non rientrassimo tra i contatti stretti (secondo la norma vigente) di nessuno dei ragazzi risultati successivamente positivi al tampone. Questo perché per contatti stretti e a rischio si intendono tutte quelle persone con cui il caso positivo è entrato a contatto nelle 48h precedenti la comparsa dei primi sintomi. Noi non rientravamo in questa categoria.


Dunque abbiamo deciso di chiamare un medico in pensione (di una gentilezza rara) per venire a farci - finalmente - un tampone a domicilio e a pagamento, ovviamente. Ormai più di 14 giorni dopo il presunto contatto. Io stavo bene, mi ero ripresa quasi del tutto dai sintomi avuti nei giorni precedenti. Gi Emme, invece, non aveva mostrato alcun sintomo (per fortuna!).


Attendiamo circa 48h. Risultato: negativi.

Come era possibile? Ero così sicura di risultare positiva.

Parlando con il medico, a quanto pare il mio sistema immunitario, molto probabilmente (ma anche qui, nulla è certo!), aveva già debellato il virus e la carica virale era talmente tanto bassa da non risultare affatto nei vari test.


Oggi è il quinto giorno dopo aver fatto il tampone. Giorni in cui io e Gi Emme abbiamo continuato l'isolamento, per essere sicuri di non creare problemi. Finalmente mi concedo una passeggiata.


La cosa che più mi fa riflettere, a valle di questa "strana" esperienza, è quanto effettivamente siano sottostimate le positività accertate che leggiamo ogni giorno nel bollettino ufficiale. Almeno qui in Lombardia, dove l'ATS (Agenzia di Tutela della Salute) non riesce più a tenere traccia dei contagi. Quante persone ricorrono al tampone privato (ingiustamente!) e - dunque - non vengono conteggiate nelle numeriche? Quante persone rinunciano ad auto-segnalarsi per paura dei tempi d'attesa troppo lunghi?


Vi terrò aggiornati sugli sviluppi, così da farvi avere una testimonianza diretta di quanto stia accadendo qui a Milano.

Nel frattempo, se avete curiosità, se vi trovate in una situazione simile o se volete semplicemente parlarne, contattatemi. Mi fa piacere.


Xx


Giulia


PS: wit sta per "what I think", è una rubrica in cui racconto esperienze un po' più personali del solito, questa è la seconda puntata :)




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